Storia di un elefante viola che non se ne voleva andare via (a proposito di Problem solving)

Il nostro articolo su Marketplace di ottobre 2013

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Il problem solving in azienda crea stress, meglio il problem dis-solving.

di Andreas Schwalm

 

Non pensare all’elefante viola. Non pensarlo!

E’ un attimo, ma l’elefante viola fa capolino, compare con passo timido, e poi si piazza lì davanti con tutta la sua stazza viola. Subito dopo provi a farlo uscire di scena: spingendolo di schiena senza smuoverlo di un millimetro, mettendoci una croce sopra, facendolo sparire dietro al sipario, cercando l’interruttore per spegnere la luce e non vederlo più.

L’impresa è più difficile di quanto sembri, perché l’elefante viola è una semplice grande verità: il nostro cervello non sa processare le negazioni.

Cosa c’entra questo con i problemi che quotidianamente affliggono ogni azienda?

In media si passa almeno metà del proprio tempo lavorativo a risolvere problemi. E gran parte di questi sono classificati come “imprevisti”. Ma se è noto che quotidianamente si passi molto del proprio tempo ad affrontare imprevisti, è assurdo parlare di imprevisti: sono previsti eccome.

Avere costantemente a che fare con problemi fa vivere in situazioni da cui si vuole uscire. La mente è piena di immagini negative, lo stato emotivo è spiacevole, ogni compito diventa problematico: in altre parole si genera stress.

Noi siamo programmati per reagire a situazioni temporanee di difficoltà: lo stress è utile perché ci attiva per trovare una soluzione. Ma  se lo stress diventa costante, mente e corpo si sovraccaricano e si rischia ciò che viene chiamato burnout.

Torniamo all’elefante viola, la soluzione sta là.
Pensare di cacciarlo ci riporta sempre a lui, pensare al problema ci predispone a pensare con le logiche del problema stesso. E’ come quando ci diciamo “devo smettere di fumare”, oppure “non vorrei agitarmi quando parlo in pubblico”: stiamo comandando al nostro cervello di pensare al problema e lo stiamo attivando a voler fumare o ad essere ansiosi che ci venga l’agitazione mentre parleremo in pubblico, in un loop senza fine.

L’elefante viola non va risolto, ma dissolto, sostituito con qualcos’altro di positivo che vogliamo raggiungere.

Per  cominciare, la prima domanda da farsi è: se non voglio più l’elefante viola, cosa voglio invece?
E quindi: smettendo di fumare, oppure non essendo agitato quando parlo in pubblico, e via così), cosa ne ottengo di importante per me? Inizio così a far emergere dei risultati positivi e dei valori che definiscono come mai è per me importante raggiungere quei risultati.
Non solo: sto configurando il mio sistema operativo interno ad immaginarmi come se già li avessi raggiunti, ed il sistema tutto si adegua rendendo allettante il lavoro e più disponibili le risorse necessarie a raggiungerlo.
In altre parole, nasce la motivazione.

In termini tecnici, questo è il cuore di un intervento di coaching: il passaggio da una mentalità problem solving a una di goal setting, cioè di progettazione di obiettivi. Pianificare l’attività per raggiungere obiettivi e relegare i problemi a casi eccezionali è lo snodo per avere un’azienda sana che cresce e in cui la gente lavora con creatività e motivazione.

 

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