Le maschere di dicembre: quando il ruolo funziona troppo bene

Durante le Feste indossiamo ruoli e maschere relazionali. Come riconoscerle, capire a cosa servono e scegliere consapevolmente quali tenere e quali cambiare.

A cura di Valentina Ferrari e Andreas Schwalm

Le maschere di dicembre

C’è un momento, tra una cena aziendale o un pranzo in famiglia, in cui può capitare di pensarlo: “Ma perché sto dicendo (o facendo) proprio questo?” 
Dicembre è il mese in cui succede più spesso. Non perché siamo meno autentici, ma perché le relazioni si addensano: famiglia, lavoro, amicizie, rituali, aspettative. Quando i contesti diventano più intensi, i ruoli si irrigidiscono: è lì che entrano in scena le maschere.

Non è un problema personale: è un fenomeno relazionale

 

Negli anni ’50, un sociologo di nome Erving Goffman passò anni a osservare le persone nei luoghi più estremi delle relazioni umane: ospedali psichiatrici, istituzioni totali, reparti chiusi. Quello che notò fu sorprendente: le persone cambiano comportamento a seconda del contesto, e lo fanno in modo incredibilmente coerente. Come se entrassero su un palcoscenico, assumendo ruoli, posture, linguaggi adatti alla scena.

Goffman non parlava di falsità, ma di adattamento. La vita sociale, diceva, funziona come un teatro: ci sono palcoscenici, copioni impliciti, ruoli attesi, in cui noi (spesso senza accorgercene) recitiamo ciò che il contesto ci chiede. Natale amplifica tutto questo.

 

Le maschere non sono il problema. La loro rigidità sì.

 

Ogni maschera ha una funzione “intelligente”: serve a qualcosa, perché spesso è una strategia che, a un certo punto, ha funzionato. 
Durante le Feste, ne riconosciamo alcune subito:

  • Pacificazione – La spinta a smorzare tensioni, evitare conflitti, mantenere l’armonia anche a costo di non dire ciò che si pensa o si sente davvero
  • Leggerezza – L’uso dell’ironia, del sorriso, del “fare atmosfera” per non appesantire il clima o per non mostrare stanchezza e fragilità
  • “Tutto va bene” – La tendenza a mostrarsi sempre a posto, a non portare problemi, a non preoccupare gli altri, anche quando qualcosa dentro non è così allineato
  • Controllo e organizzazione – Il bisogno di pianificare, coordinare, tenere tutto sotto controllo per far funzionare le cose ed evitare imprevisti o disordine
  • Sostegno al sistema familiare – L’assunzione del ruolo di riferimento emotivo e pratico: reggere, contenere, stabilizzare per permettere agli altri di stare meglio
  • Compiacenza – L’adattarsi, il dire “per me va bene”, il mettere in secondo piano i propri bisogni per non creare attriti o deludere
  • Intrattenimento – Il tenere viva la conversazione, riempire silenzi, animare il gruppo, a volte senza concedersi il diritto di stare in disparte
  • Distanza ironica – L’uso del sarcasmo o del cinismo per prendere le distanze, proteggersi da emozioni difficili o da situazioni percepite come invasive

Nessuna è sbagliata. Ognuna risponde a un bisogno profondo: appartenenza, armonia, riconoscimento, sicurezza, controllo, protezione. Il problema nasce quando la maschera continua a funzionare anche quando non serve più. O peggio: quando siamo noi a essere cambiati, ma il contesto continua a chiederci di essere quelli di prima.

Quando una maschera risponde a qualcosa di più profondo

 

Quando indossiamo una maschera, ciò che vediamo è soprattutto come ci comportiamo: cosa diciamo, che tono usiamo, che ruolo occupiamo, quali aspettative cerchiamo di soddisfare. È il livello più visibile dell’esperienza. Ma quel comportamento non nasce mai da solo.
Sotto la superficie ci sono motivazioni più profonde: ciò che per noi conta davvero, l’immagine che abbiamo di noi stessi in quella relazione, il bisogno di appartenere, di essere riconosciuti, di non deludere, di mantenere un equilibrio.

In PNL Sistemica si parla di Livelli Logici: il comportamento è solo lo strato superficiale, sotto ci sono le capacità che mettiamo in campo, i valori e le credenze che difendiamo, l’identità che sentiamo nostra, il senso di appartenenza al sistema relazionale. Quando una maschera funziona, è perché risponde coerentemente a tutti questi livelli. Quando inizia a pesare, è perché qualcosa si è spostato: magari i valori sono cambiati, o l’identità non si riconosce più in quel ruolo.

È per questo che a volte una maschera “funziona” per anni, e poi improvvisamente inizia a pesare. Non perché sia sbagliata, ma perché non è più allineata a ciò che siamo diventati. La fatica emerge quando io sono cambiato — nei valori, nelle priorità, nell’identità — ma il contesto continua a chiedermi di essere quello di prima.Ed è lì che iniziamo a sentirci “fuori parte”, pur facendo esattamente ciò che ci è sempre riuscito bene.

Come scegliere le proprie maschere? Alcune domande per te

 

Il lavoro di consapevolezza non serve a togliere le maschere, serve a sceglierle. Cambiare maschera non significa rompere le relazioni. Significa introdurre un’informazione nuova nel sistema: un confine, una pausa, una risposta diversa, una presenza meno automatica. A volte è sufficiente un piccolo scarto per far respirare tutto il sistema.

Se vuoi usare le Feste non come prova di resistenza ma come spazio di osservazione, prova a tenere con te queste domande. Sono domande maieutiche, quelle che nel counseling aiutano a far emergere consapevolezza senza dare soluzioni preconfezionate. Non servono risposte immediate: lascia che lavorino dentro. 

  • In quali contesti si attiva sempre la stessa maschera? 
  • A cosa mi è servita finora? 
  • Quale bisogno profondo sta cercando di soddisfare? 
  • Quale altra maschera, più comoda e attuale, potrebbe soddisfare lo stesso bisogno? 

Non servono risposte perfette: a volte basta vedere il copione per smettere di recitarlo alla cieca.

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