Il loop che non vedi

L’individuo produce il sistema che lo produce. Edgar Morin e la circolarità che nessun approccio al cambiamento può permettersi di ignorare.

Nel 1948 Escher disegnò due mani che si disegnano a vicenda. Emerge dal foglio la destra, che tratteggia la sinistra, che tratteggia la destra: impossibile stabilire quale delle due abbia iniziato. Ma il punto è che non ha nemmeno senso chiederselo, perché è la struttura stessa di ciò che stanno facendo. È la versione visiva della domanda più antica: nasce prima l’uovo o la gallina? Una domanda che, quando ci pensi davvero, smette di essere una curiosità e diventa un cambio di paradigma. Non c’è risposta perché la domanda è mal posta: il problema non è trovare il punto di partenza, perché esso non esiste.

Edgar Morin ha passato una vita a chiedersi lo stesso dell’essere umano e del sistema in cui vive: chi è il prodotto di chi? La risposta (scomoda) è che nessuno dei due viene prima.

Circolarità sistemica
Circolarità sistemica

I sistemi (pensiamo a una famiglia, un team, un’azienda, una società) sono conservativi per natura. Non perché siano cattivi o rigidi: perché la loro funzione è mantenere un equilibrio che qualcuno, da qualche parte, ha trovato utile. Quando una persona cambia senza che cambi il sistema intorno a lei, il sistema esercita una pressione silenziosa e costante verso il ripristino. Potrebbe apparire sabotaggio, in realtà è omeostasi.

Questo crea un problema serio per chi lavora sul cambiamento. La maggior parte degli approcci, e la maggior parte delle aspettative dei clienti, è centrata sull’individuo: le sue credenze, le sue abitudini, le sue risorse. Il contesto viene nominato come sfondo, raramente interrogato come protagonista. Ma il comportamento che vuoi cambiare ha senso lì, in quel sistema, con quelle persone, in quella cultura organizzativa. Estrailo e analizzalo da solo e stai guardando metà del fenomeno.

Il manager che non delega forse ha un problema di controllo, ma forse potrebbe rispondere in modo del tutto coerente a un sistema che premia chi ha risposta su tutto, che interpreta la delega come disimpegno, che misura la leadership sulla presenza costante. Cambia il manager e lasci il sistema invariato: hai spostato il sintomo, non la logica.

Edgar Morin, il sociologo scomparso pochi giorni fa a 104 anni, ha dedicato un’intera vita a mappare questa struttura. La sua conclusione era scomoda: individuo e sistema non sono due entità che si influenzano, sono due facce di un processo ricorsivo. L’individuo produce il sistema che produce l’individuo. Non c’è un punto di partenza, non c’è una causa prima, ma c’è un loop. E riconoscere quel loop nella sua complessità, invece di ignorarlo o semplificarlo, oggi fa la differenza.

“Non si può riformare un’istituzione senza riformare le menti. Ma non si possono riformare le menti senza riformare le istituzioni.” [La testa ben fatta, 1999]

Edgar Morin
Foto: Gérald Garitan, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Edgar Morin (1921–2026)

Nato a Parigi come Edgar Nahoum, durante la Resistenza francese assunse il cognome della sua futura moglie: Morin. È già tutto lì: un individuo che ridefinisce la propria identità dentro un sistema che lo costringe, prendendo il nome da una relazione.

Ha attraversato il Novecento studiando con la stessa serietà il pensiero scientifico e la cultura di massa, la filosofia e il cinema. Ha rifiutato le separazioni disciplinari come forma di pigrizia intellettuale. Entrato nel Partito Comunista a vent’anni, ne fu espulso nel 1951 per aver criticato lo stalinismo, un sistema di pensiero chiuso che non poteva contenerlo.

Negli ultimi anni ha studiato la contemporaneità parlando di policrisi – crisi ecologiche, politiche, sociali e tecnologiche che non si sommano ma si moltiplicano a vicenda – sostenendo che il pensiero complesso è l’unica postura cognitiva adeguata a un mondo in cui tutto è connesso e niente è prevedibile. Fino alla fine ha insistito su un punto: la complessità non è un problema da risolvere, è una condizione da abitare.

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