In tempi incerti, come (ri) trovare il filo rosso del senso?

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di senso. Non solo in ambito filosofico o spirituale, ma anche nei contesti del lavoro, delle organizzazioni, della formazione, delle relazioni. È come se, sotto la superficie di problemi molto diversi tra loro, stesse emergendo una domanda comune, meno esplicita ma più radicale: che senso ha tutto questo? 

A cura di Camillo Sperzagni

Il filo rosso del senso

Un’esigenza che bussa alla porta di molti

Non è una domanda nuova. L’essere umano se la pone da sempre. Ciò che appare nuovo, semmai, è la sua diffusione e la sua insistenza. Oggi questa esigenza attraversa persone di età, ruoli e competenze differenti; riguarda chi lavora in azienda come chi opera nelle professioni di aiuto, chi è in una fase di crescita come chi sta attraversando una transizione o una crisi.

Una possibile chiave di lettura è legata al contesto in cui viviamo. Siamo immersi in sistemi sempre più complessi, instabili, interdipendenti; le certezze di un tempo si sono indebolite, le traiettorie lineari funzionano sempre meno, e anche gli obiettivi, se non sono sostenuti da qualcosa di più profondo, rischiano di perdere rapidamente forza motivante. In questo scenario, il senso diventa una sorta di bussola: non elimina l’incertezza, ma permette di starci dentro senza smarrirsi del tutto.

 

Le molte dimensioni del senso

È importante, però, chiarire di che cosa stiamo parlando. Spesso si tende a confondere il senso con il significato, o a trattarlo come qualcosa da “trovare”, come se fosse già lì, nascosto da qualche parte, in attesa di essere scoperto.

In realtà il senso non è né un obiettivo né una risposta definitiva. È piuttosto un processo, qualcosa che emerge nel modo in cui colleghiamo ciò che siamo, ciò che facciamo e la direzione verso cui ci muoviamo. In questa prospettiva, il senso non precede l’azione, ma la orienta; e allo stesso tempo si trasforma attraverso l’azione stessa. Non è una spiegazione che chiude, ma una forza che mette in movimento.

Quando manca, le persone possono continuare a funzionare, a produrre risultati, a raggiungere obiettivi; tuttavia, spesso lo fanno con un costo crescente, in termini di fatica, disallineamento, perdita di vitalità.

Un altro aspetto rilevante riguarda la dimensione relazionale del senso. Raramente il senso si costruisce in isolamento. Prende forma nel dialogo, nel confronto, nel linguaggio condiviso; emerge quando allarghiamo il campo visivo e mettiamo in relazione livelli diversi dell’esperienza, evitando riduzioni troppo semplicistiche. Per questo, parlare di senso significa anche parlare di contesto, di appartenenza, di coerenza tra valori dichiarati e azioni quotidiane. Forse è proprio qui che l’esigenza di senso diventa oggi così evidente.

 

Una base da cui ripartire

In un mondo che offre molte possibilità ma poche cornici stabili, cresce il bisogno di spazi in cui fermarsi a pensare, distinguere, dare nome alle cose, senza la pretesa di arrivare subito a una conclusione. Spazi in cui il senso non venga imposto, ma esplorato; non semplificato, ma abitato. Almeno di una cosa però siamo certi: l’esigenza di senso non è un segnale di debolezza o di confusione, bensì un indicatore di maturità. È il segno che le persone non si accontentano più di funzionare, ma desiderano comprendere, orientarsi, assumersi la responsabilità del proprio modo di stare nel mondo. E forse, in tempi come questi, è proprio da qui che vale la pena ripartire.

In tema di senso, ci sono molte cose che possiamo imparare.
La prima di queste: la relazione tra la costruzione di senso e la congenita (benché imperfetta) tendenza umana al miglioramento.

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