Sindrome da disadattamento digitale?

Trasformazione digitale?

Alle imprese serve una nuova cultura manageriale orientata al cambiamento

Per ormai tutte le aziende è diventato ultimamente un mantra: come adeguarsi al mercato per non soccombere?

La “crisi” economica è stata solo il pretesto per far emergere alcuni temi pressanti: le nostre imprese, soprattutto se PMI, si sentono schiacciate fra nuove tecnologie e vecchie abitudini, mercati sempre più globalizzati e concorrenza spinta, competenze inadeguate e manodopera al ribasso.

Il comburente di questa miscela esplosiva è dato dalla Trasformazione Digitale. Ecco un’altra parola-amuleto che sta diventando il demiurgo (o la condanna) per molti.

Una trasformazione in escalation

Il concetto è semplice: nel mondo globalizzato, abilitato dalle tecnologie web-based, il contesto di riferimento per un’azienda non è più un piccolo sistema chiuso (dal quartiere ai confini nazionali) ma aperto, il cui equilibrio è in continua e veloce evoluzione perché agganciato alla continua e veloce evoluzione tecnologica. Le tecnologie, infatti, modificano le aspettative delle persone, che innescano un adeguamento da parte delle imprese, in un circuito di feedback simmetrico. Pensiamo al commercio, ad esempio: oggi è normale informarsi e acquistare online un prodotto, scegliere un ristorante su Tripadvisor o The Fork, partecipare ad un evento perché lo si è visto su Facebook o ad una promozione perché un’amica ti ha taggato su Instagram.

Ma non finisce qui: quegli stessi consumattori (la parola ha di proposito due tt, perché non sono più passivi acquirenti ma attivamente coinvolti nel processo), cambiando contesto, sono i manager e i dipendenti di quelle stesse aziende che si aspettano dalle altre aziende con cui si relazionano sul mercato i medesimi approcci: veloci, interattivi, personalizzati.

Perché l’esperienza del consumatore oggi diventa una “customer journey”, che funziona tanto più coinvolgiamo la persona a 360 gradi, personalizzando il messaggio, creando uno storytelling avvincente, ascoltando i feedback, lanciando link e tag su ogni mezzo in cui poterla intercettare.

Le conseguenze per le aziende sono esplosive

A ben vedere più che di trasformazione dovremmo parlare di rivoluzione: adeguarsi a questo sistema significa cambiare radicalmente modello di business. Che a sua volta presuppone cambiare radicalmente l’approccio imprenditoriale.

Qua le tecnologie c’entrano relativamente: il tema è invece quello del cambiamento di mentalità, che possiamo tradurre in un concetto chiave, Change Management.

Anche le aziende cominciano a rendersene conto: ai loro manager serve cambiare visione per guidare il cambiamento di strategie e processi aziendali, servono nuove competenze per riorganizzare, motivare, allineare le proprie risorse. A cascata questo impatta su ogni singolo dipendente, che non solo va allineato, ma anche formato sia a livello tecnico, sia e soprattutto a livello di approccio al lavoro e al cliente, di credenze, modalità di lavorare e di relazionarsi.

Cosa manca alle aziende? I risultati di una survey

A conferma di ciò, troviamo la survey Assintel Report 2018, in cui è stato intervistato un campione di 1000 aziende utenti italiane sul tema dell’adeguamento alle trasformazioni digitali in atto. Dalle varie risposte emerge intanto un grosso divario fra le grandi imprese (l’87% delle quali ha già una strategia definita per la Trasformazione Digitale) e le micro e piccole imprese, che per oltre il 50% dei casi brancolano nel buio. Ancor più significativi i freni auto-percepiti alla trasformazione digitale:

  • Tanto per le grandi aziende quanto per le micro imprese il più grosso limite è la mancanza di una cultura interna del cambiamento continuo
  • Trasversalmente a tutte le tipologie di impresa, compaiono voci come la mancanza di nuove skills e la scarsa propensione al rischio del Top Management.

Una sfida che si gioca su due campi diversi

C’è il campo da gioco delle competenze tecniche, per le quali c’è un fitto lavoro fra associazioni imprenditoriali, sistema scolastico, università, promosso dall’Agenzia per l’Italia Digitale.
E c’è il campo da gioco delle competenze trasversali, che si chiamano soft skills. Sono le competenze che abilitano quelle tecniche, sono all’apparenza quelle più semplici ma nella pratica quelle più difficili da acquisire. Perché presuppongono cambiamenti nella struttura cognitiva ed emotiva delle persone: credenze e valori, visione, capacità di motivazione, resilienza, strategie mentali di approccio al cambiamento, gestione dell’energia emotiva. Noi chiamiamo tutto ciò Intelligenza sistemica.

Siamo all’anno zero, per certi versi: perchè il sistema universitario non le insegna, e perché le aziende stesse spesso non ne percepiscono l’importanza. Eppure la sfida è decisiva: o investiamo sui nostri talenti o verremo inghiottiti dal vortice del cambiamento.

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Articolo a cura di Andreas Schwalm

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