Quanta fiducia hai in te stesso? Albert Bandura e l’autoefficacia

Se le persone non credono di poter produrre i risultati che desiderano – e di poter prevenire quelli che recherebbero loro dei danni – sono poco incentivate ad agire, o a perseverare di fronte alle difficoltà.

Con questa frase si apre “Autoefficacia”, l’opera forse più conosciuta dello psicologo canadese Albert Bandura, che ci ha lasciati da poco a 95 anni.

Albert Bandura: autoefficacia

Andiamo subito al cuore della sua opera: cos’è l’autoefficacia?

 

E’ la credenza di una persona di avere le capacità necessarie per avere successo in una particolare situazione, organizzando una serie di azioni che portino verso un risultato atteso. In altre parole, fiducia in se stessi.
A una bassa credenza di autoefficacia corrispondono spesso comportamenti “via da”, scarse prestazioni o insuccessi, viceversa in caso di alto senso di autoefficacia aumentano le possibilità di ottenere buoni risultati.

La parola è decisamente meno conosciuta di autostima, sua sorella maggiore, che invece ha a che vedere con il giudizio generale che ognuno dà a se stesso come persona. Con la lente della PNL è facile riconoscere i Livelli Logici diversi: nel primo caso siamo nell’area della Capacità e delle Aspettative di risultato, mentre l’autostima è al livello dell’Identità.

Ed è proprio sull’autoefficacia che è, spesso, utile lavorare in un percorso di counseling o di coaching, quando occorre risvegliare la fiducia nelle proprie capacità di agire sul proprio contesto: si comincia dalle piccole cose, per poi via via disegnare traguardi più grandi, alimentandosi dei propri successi in modo incrementale.

Autoefficacia dalla teoria alla pratica: un esempio concreto

 

Se sei convinto di cavartela bene a parlare in pubblico (senso di autoefficacia sulle tue capacità oratorie), molto probabilmente accetterai volentieri di essere coinvolto dal tuo capo come relatore in un meeting. Lo affronterai con serenità, preparandoti sui contenuti e senza troppa ansia da prestazione, perché ha la convinzione di esserne capace. Con questa fiducia in te, è facile che la tua performance sarà realmente buona. I feedback esterni rinforzeranno le tue sensazioni, ti sentirai sempre più sicuro, ed è molto probabile che – senza volerlo – ti impegnerai di più su questo fronte, cogliendo sempre più occasioni per parlare in pubblico. Magari anche la tua carriera professionale prenderà strade a cui non avevi pensato.

Mentre accade tutto questo, comincerai a sentirti, per esempio, orgoglioso di te e di quello che stai facendo: sei una persona che si lancia, che apprende, che coglie le opportunità, che è riconosciuta. Ecco, qui sei già nel campo di gioco dell’autostima, che la tua autoefficacia sta contribuendo ad alimentare.

 

Ed ora un breve esercizio per te:

 

  1. Pensa a qualcosa di simile che ti è successo nella vita (in ogni ambito, scolastico, sportivo, affettivo, lavorativo): com’è andata?
  2. Tutto ciò vale anche in negativo: quando ti è invece accaduto di partire con una credenza limitante sulle tue capacità? Com’è andata a finire?
  3. Quando affronti una cosa nuova (una sfida, per esempio), cosa ti dici internamente? Frasi del tipo “posso farcela” oppure “non ce la farò”?
  4. Ed ora pensa ad una sfida attuale che vorresti affrontare in modo positivo. Torna al primo punto, all’episodio di successo, e ripensa alla sfida attuale con quello stato d’animo. Prendine spunto e chiediti: cosa potresti fare di diverso fin da subito?

Non si impara solo studiando

 

Bandura non è solo autoefficacia: egli è anche il padre della teoria dell’apprendimento sociale, che spiega l’esistenza di un apprendimento per osservazione, imitazione e modellamento. In altre parole: non si impara solo studiando, ma anche osservando, in modo naturale e implicito.

Tutto nasce dall’esperimento della bambola Bobo (puoi guardarne una vecchia sintesi su youtube, oggi sarebbe un contenuto “inappropriato” in quanto il tema è l’induzione dell’aggressività in alcuni bambini). L’esperimento è diventato famoso, nella psicologia sociale, per aver dimostrato che l’osservazione del comportamento è centrale nello sviluppo della personalità e nell’apprendimento, forse più che il rinforzo positivo dei comportamenti. Come dire: non si impara solo attraverso una serie di “premi” per i comportamenti virtuosi e di “punizioni” per quelli che non lo sono, ma anche in modo naturale e implicito, osservando quello che fa chi ci sta attorno.

Siamo solo negli anni ’60, ma già si vedono i germi di quello che i neuroni specchio dimostreranno con lo sviluppo delle neuroscienze 30 anni dopo. Su queste basi si è sviluppata la Teoria del modellamento, che spiega come il comportamento di una persona possa diventare “modello” e influenzare il comportamento di chi lo osserva, diventando una delle basi fondamentali dell’apprendimento. E questo vale in ogni campo: non solo in campo educativo, ma anche ad esempio aziendale, dall’apprendistato di una professione al mentoring.

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