Alle origini della PNL

Quella che più tardi sarebbe diventata la PNL inizia nei primi anni ’70 con Richard Bandler, un laureando presso la University of California a Santa Cruz, dove stava specializzandosi in scienze matematiche e informatiche.
Studiando scienza del comportamento si trovò a dover trascrivere ed editare videocassette relative a seminari condotti da Fritz Perls, famoso psicoterapeuta della Gestalt. Guardando e riguardando più volte questi filmati, Bandler si scoprì un talento particolare nell’assorbire (come per osmosi) le sequenze più significative degli interventi terapeutici di Perls. Questa scoperta lo coinvolse ancora di più, e dopo non molto tempo Bandler si mise a condurre un suo gruppo settimanale di Gestalt.

Ben presto si accorse che un tipo di intervento che funzionava con una persona non era necessariamente così efficace con un paziente diverso, pur con un problema analogo. Dato il suo background di matematica e informatica, gli fu più facile -rispetto a terapeuti più convenzionali- porsi la questione nei termini di “equazioni” comportamentali che non producevano sempre le stesse “risposte”.

John Grinder in quel periodo era professore assistente di Linguistica presso la stessa Università . Anche lui stava conducendo studi sui processi che portano le persone ad “assorbire” ed adottare i comportamenti altrui.
Inoltre era specialista della Grammatica Trasformazionale di Noam Chomsky, che si poneva come un modello particolarmente sofisticato per descrivere il funzionamento del linguaggio. Grinder propose così a Bandler di applicare questi principi alla comprensione di come funziona un processo terapeutico. “Insegnami ciò che sai fare, e io ti insegnerò come lo fai” , disse Grinder a Bandler. Prendeva così forma il processo centrale della PNL: immersione più codifica.

Bandler e Grinder passarono il periodo successivo immergendosi in una serie impressionante di comportamenti “esemplari” presi da chiunque, senza discriminazioni. Alla base del loro modo di operare c’era il presupposto che essi non potevano sapere in anticipo quali aspetti del comportamento esemplare erano determinanti per l’efficacia finale, e quindi da adottare. Per cui potevano prendere in considerazione qualsiasi dettaglio, come ad esempio il caratteristico accento tedesco di Perls.
Dopo questo approccio globale, la fase successiva era quella di “sminuzzare” tutti gli elementi del comportamento, uno ad uno, per valutare come ognuno di essi contribuiva all’esito finale. Attraverso questo processo di setaccio arrivavano infine a ottenere un modello codificato delle strutture significative di un determinato comportamento esemplare.

Presupposto: agire è più importante che spiegare

Un’altra loro caratteristica era una netta contrarietà a quello che era un punto centrale delle teorie a loro contemporanee: l’aspetto della spiegazione. Tipicamente le ricerche di psicologia clinica si concentravano, dilungandosi, sullo studio di coloro che evidenziavano particolari patologie.
Bandler e Grinder misero invece in evidenza che una persona che soffre di un problema è in genere l’ultima a sapere come uscirne. A loro interessava l’aspetto del cambiamento più che quello della comprensione.
Sostenevano che se fossero stati abili a risolvere un fastidioso problema di qualcuno, in fin dei conti non sarebbe stato così importante, per essi stessi o per il paziente, “capire” la natura del problema. Come risultato di questo orientamento, i due si misero a scovare persone che avevano avuto un particolare problema ma che erano riuscite a guarirne. Attraverso il loro metodo di analisi cercavano di definire dove, nella struttura dell’esperienza del soggetto, stava la differenza tra l’avere e il non avere il problema. Ciò che essi scoprirono venne impiegato per sviluppare metodologie idonee a individuare queste significative differenze.

Lavorando con il loro processo di immersione e codifica, accoppiato alla loro attenzione alla struttura dell’esperienza, Bandler e Grinder crearono i primi sviluppi della PNL. Riunirono assieme un gruppo di colleghi che in breve tempo produsse tutta una serie di tecniche e modelli. I componenti più influenti di questo gruppo furono Leslie Cameron, Judith De Lozier, Robert Dilts e David Gordon.

I primi “modelli” della PNL

Fritz Perls fu solo il primo fra molti terapeuti che Bandler e Grinder “modellarono”.
I più noti fra gli altri, e i più determinanti per i primi sviluppi della PNL, furono Virginia Satir e Milton Erickson.

Nel tempo in cui Bandler e Grinder studiarono Milton Erickson, l’ipnoterapeuta, avevano già avuto modo di rifinire il loro procedimento di immersione e codifica.
Essi erano convinti di essere in grado di modellare, da un esemplare, i pattern di comportamento che portavano al cambiamento terapeutico. Naturalmente, ogni terapeuta che loro modellavano poteva spiegare anche la propria pratica di psicoterapia, sulla cui efficacia aveva la propria teoria. Tuttavia nessuna descrizione può essere esaustiva per qualcosa di così complesso come un processo terapeutico.
Soprattutto, i terapeuti modellati potevano solo spiegare ciò di cui erano consci.
Qualcosa restava fuori dalla loro consapevolezza: i pattern di comportamenti distillati in anni e anni di pratica terapeutica e alla fine automatizzati. Erickson stesso lo riconobbe nella sua prefazione al libro di Bandler e Grinder sul suo lavoro. (I modelli della tecnica ipnotica di M.Erickson , ed.it. Astrolabio)

La critica di Gregory Bateson

C’è un’altra figura significativa nel background della PNL, che non era uno psicoterapeuta e di cui si è parlato poco fino agli anni più recenti. Si tratta di Gregory Bateson, straordinaria figura di eclettico scienziato-filosofo che aveva iniziato la sua carriera come antropologo proseguendo poi la sua ricerca in altri campi dove aveva portato contributi significativi: biologia, teoria della comunicazione, psicologica e lo sviluppo della cibernetica (che oggi è diventata Teoria dei Sistemi). In psicologia Bateson era noto soprattutto per la sua teoria del “doppio vincolo” legata allo studio della schizofrenia. La sua portata si allarga alle terapie familiari e agli esordi della psicologia sistemica. Anche se l’influenza diretta di Bateson sulla PNL sembra meno evidente rispetto alle altre figure menzionate sopra, fu lui a mettere in luce un problema epistemologico implicito nell’intero approccio psicologico di Bandler e Grinder.

Era stato proprio Bateson a incoraggiare i due nel modellamento di Milton Erickson.
Negli anni ’50 e ’60 Bateson aveva diretto un gruppo di ricerca sulla comunicazione e aveva presentato a Erickson due componenti del gruppo, Jay Haley e John Weakland. Attraverso loro l’opera di Erickson era divenuta oggetto di studio e divulgazione. Tuttavia Bateson sentiva che c’era ancora qualcosa da scoprire al proposito. Favorevolmente impressionato dall’abilità di modellamento di Bandler e Grinder (aveva peraltro scritto la prefazione al loro libro “La struttura della Magia”), suggerì loro di andare a Phoenix, in Arizona, per studiare dal vivo Milton Erickson.

Il risultato del lavoro però non incontrò la sua approvazione teoretica. Bateson affermò che lo studio condotto da Bandler e Grinder dimostrava “un’epistemologia scadente”, a causa del fatto che le loro spiegazioni erano tutte impostate su schemi di causalità lineare anziché circolare, con la conseguenza che anch’essi erano finiti intrappolati in quella “ossessione per il potere” in cui erano già caduti fin troppi studiosi di Erickson. Va peraltro riconosciuto che la critica di Bateson potrebbe tranquillamente essere estesa a molti modelli psicologici tutt’ora in auge: dalla psicoanalisi classica a buona parte del cognitivismo fino alle neuroscienze…

Un fecondo “spirito di rinnegati”

Il seguito della storia della PNL vede la nostra coppia di iconoclasti intenti a indagare il campo della pratica clinica. Come outsiders avevano il vantaggio di non essere condizionati dalle idee condivise in quegli anni, né di essere vincolati ad alcuna forma di lealtà o rispetto per i paradigmi vigenti. In ciò ebbero un ruolo ricorrente nella storia delle scienze, dove le innovazioni sono spesso rese possibili proprio dal fatto di affrontare un campo nuovo senza i condizionamenti dei modelli teorici comunemente accettati.

Bandler e Grinder portarono un nuovo orientamento nella loro esplorazione del cambiamento terapeutico. Buttarono a mare le questioni teoriche e cercarono di affidarsi esclusivamente all’esperienza concreta dei processi di interazione rivolti al cambiamento. Il loro unico ed esclusivo interesse era “ciò che funziona” Orientando la ricerca in questa direzione si dedicarono completamente alla sperimentazione, testando le loro idee emergenti e perfezionandole nella pratica.
Il loro obiettivo era quello di rendere le loro scoperte esplicite, e perciò apprendibili anche dagli altri.

In questo processo, come si dimostrò in seguito, non tennero in alcun conto né dimostrarono sensibilità per quella che potremmo definire “la cultura clinica diffusa”. I loro comportamenti non furono affatto quelli che ci si aspetta da un clinico. Purtroppo tutto ciò ebbe come conseguenza un certo isolamento della PNL rispetto agli altri contesti terapeutici, allontanando possibili alleati e destando sospetti sui possibili abusi derivanti dal loro modo di operare.

Ciò nonostante, il loro “spirito di rinnegati” lanciò una nuova area di ricerca sul campo che a trent’anni di distanza è ancora fertile. Sviluppi sostanziali della PNL continuano ancora oggi, in tutto il mondo. E’ un aspetto caratteristico della PNL il fatto che così tanta gente, a parte “i padri fondatori”, sia stata in grado di portare contributi importanti, nuovi modelli operativi e nuove prospettive di sviluppo.

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