La lucida semplicità
Quando la chiarezza è la forma più alta di rispetto per chi ci ascolta
Articolo a cura di Valentina Ferrari
Figli adulti, genitori che invecchiano
In questo periodo di mezza estate, sto passando più tempo del solito con i miei genitori, entrambi ormai ottuagenari. Una generazione, la loro, che qualcuno ha definito “silente” – definizione che, onestamente, trovo un mistero imponderabile. I miei non sono mai stati silenti: tosti, volitivi, ancora oggi capaci di dire “faccio io, mi arrangio io, non ho bisogno di nessuno.”
Noi, la generazione X, li osserviamo invecchiare. Più piccoli, più magri, con gli occhi ancora vispi e tutti i loro bei difetti intatti. E qualche pomeriggio, tra una commissione e l’altra, capita di fermarsi davvero: mangiare insieme, chiacchierare, guardare Beautiful con mia madre che non perdona a Brooke nulla da trent’anni a questa parte (rassicurante, quella soap, proprio perché non cambia mai).
Una tigre e un equivoco teatrale
Con mio padre è diverso. L’età si porta via pezzi di intelletto, di spirito. Eppure resta, intatta, una lucida semplicità: la capacità di cogliere l’essenza di una cosa senza bisogno di ornamenti. Passo in camera sua e lui, guardando un documentario, mi dice: “Che animale meraviglioso la tigre.” Vabbè non è un’operazione difficile, di raro intelletto saper riconoscere e nominare la meraviglia con tanta economia di parole.
E’ quello che è successo un’ora dopo in cui la lucida semplicità si è manifestata in modo molto istruttivo per me e per il mio lavoro. Lo trovo davanti a uno spettacolo teatrale trasmesso in tv, uno di quelli con la regia moderna, le scenografie d’arte contemporanea, il montaggio che alterna piani diversi. Mi dice, spazientito:
“Io non capisco. Che teatro è questo? Non si capisce niente, nemmeno se ti concentri per capire. Un pezzo di questo, poi un altro, un altro ancora. Già il teatro per televisione perde tantissimo, se poi diventa incomprensibile… come fai a farti seguire?”
Guardo anch’io qualche minuto. Ha ragione: si capisce poco. Andrò poi a cercare qualche recensione, e scoprirò che quasi nessun critico ha affrontato il tema della comprensibilità, se non uno, che con onestà ammette come lo spettacolo risulti ostico a chi non conosce già il testo di partenza, per poi “chiarirsi” strada facendo. Poco conforto, se il pubblico deve prima soffrire per poi capire.
Cosa c’entra questo con la comunicazione
Non mi interessa, qui, giudicare quello spettacolo specifico. Mi interessa il principio che mio padre – senza saperlo, senza tecnicismi, senza aver mai letto un manuale di comunicazione – ha applicato con precisione chirurgica: la chiarezza è una scelta di rispetto verso chi ci ascolta.
È esattamente ciò che provo a portare in aula, nelle lezioni, nei percorsi di coaching e formazione, e sul palco quando scrivo e interpreto i miei testi. Non parlare solo agli addetti ai lavori. Non parlare solo a chi già conosce i “sacri testi”, le tecniche, il gergo. Costruire un ponte, non un muro.
La complessità di un contenuto (che sia un modello di comunicazione, una tecnica di PNL, un intervento in team coaching o un testo shakespeariano riletto in chiave contemporanea) non è mai una scusa per rinunciare alla chiarezza. Semmai è la sfida più interessante: rendere accessibile senza banalizzare, semplificare senza impoverire.
Un novantenne in poltrona, un pomeriggio afoso d’estate, me lo ha ricordato meglio di qualsiasi teoria. Grazie, papà, per la tua lucida semplicità.