Riflessioni sistemiche per il 2017: ha ancora senso fare piani d’azione?

Invece di agire, trasformare

di Camillo Sperzagni

Puntualmente ad ogni inizio anno si parla di piani d’azione, business plan, obiettivi per il nuovo anno. Osservando come ormai vanno le cose sorge però spontanea una domanda: tutto ciò quanto è funzionale ad una reale efficacia? Sempre più spesso i piani d’azione sembrano elenchi di buoni propositi ai quali in genere credono poco anche coloro che li scrivono; si parte giusto per vedere cosa accade salvo poi navigare a vista per il resto del tempo, ricorrendo – quando va bene – a espedienti tattici di vario genere. Se dunque il tradizionale pensiero strategico scricchiola sempre più, c’è da chiedersi se esistono in giro altri modelli di pensiero più funzionali a garantire efficacia in un mondo come quello in cui stiamo vivendo e lavorando.
...E se qualcuno stesse cercando di manipolarci?
...E se qualcuno stesse cercando di manipolarci?

Uno spunto interessante ci sembra essere offerto dal pensiero di François Jullien, filosofo parigino, Ellenista e Sinologo di fama internazionale, il quale analizza il concetto di efficacia in Occidente e in Cina mettendo in luce gli elementi portanti dei rispettivi paradigmi di pensiero. Vengono così alla luce diverse contrapposizioni che sembrano indicare utili possibilità di riflessione: anzitutto, mentre nel pensiero occidentale l’attenzione è posta quasi esclusivamente sull’organizzazione delle risorse disponibili in vista di un fine ben delineato, in Cina viene messa al centro la nozione di potenziale della situazione.  Prima di delineare obiettivi specifici, nel pensiero tradizionale cinese si pone grande attenzione all’analisi contestuale (e diremmo noi “sistemica”) del contesto in cui si va ad agire, per individuarvi tendenze e processi che potrebbero favorirci e quindi sfruttarli: questa per i cinesi “è” la strategia.

Dunque mentre per noi la logica della strategia è mezzo-fine, in Cina appare essere condizione-conseguenza. Lì, essere un bravo stratega comporta l’individuazione, la scoperta, nel contesto in cui si andrà ad agire, dei fattori che gli sono favorevoli, in modo da farli crescere – possibilmente a scapito di quelli degli avversari – fino a delineare un nuovo contesto dove di fatto esistono tutte le condizioni idonee affinché lui possa finalmente ottenere il risultato. A questo punto il frutto è maturo: si potrà attaccare il nemico, fare il passo decisivo verso l’obiettivo, cogliere al volo la situazione. Il successo non potrà mancare. Dunque, mentre sul versante europeo vengono lodati azione, eroismo, epopea, sul lato cinese si apprezzano azione indiretta, discrezione e attenzione costante. Il tutto, condensato in una parola chiave: trasformazione.

Si spiega così, l’apparente paradosso della massima taoista Wu Wei er Wu Bu Wei”: non agire, ma non lasciare niente di incompiuto. Lo stratega saggio sa che non l’azione diretta e focalizzata, ma l’azione trasformatrice contestuale potrà creare un risultato effettivo, in armonia con le variabili sullo scenario e perciò meno esposto a minacce e instabilità.
Per noi occidentali ci sono diverse difficoltà ad adottare questa mentalità – ad esempio l’impossibilità di costruire un Gantt da presentare nelle riunioni di inizio anno. Ma d’altra parte siamo solo agli inizi, e la paziente opera di trasformazione può iniziare in qualunque momento. Anche in questo preciso istante.

 

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