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Come riuscire a lavorare (e bene) con un collega antipatico
Il nostro articolo su Class
Come riuscire a lavorare (e bene) con un collega antipatico

L’antipatia nei luoghi di lavoro non solo è di casa, ma addirittura viene premiata. Uno studio statunitense dello scorso agosto dimostra che chi sul lavoro è duro e arrogante arriva in media a percepire stipendi del 18,3% superiori rispetto a chi invece è gentile e accomodante.

Si tratta di un dato da prendere con le molle e che vale solo per i maschi, ma che conferma indirettamente una percezione di molti, e cioè che doti come la comprensione e la disponibilità siano addirittura penalizzanti ai fini della carriera. C’è tuttavia un altro aspetto da considerare, e cioè che l’arroganza è solo uno dei tanti modi per suscitare antipatia. Qui in particolare ci interessa parlare non delle antipatie che nascono da atteggiamenti deliberatamente ostili o aggressivi, ma di quei feeling spiacevoli che sembrano emanare certe persone anche quando stanno comunicando con noi o addirittura quando stanno facendo i fatti loro. A questo risultato possono concorrere infatti molti altri fattori: aspetto fisico, gestualità, modo di relazionarsi, gusti in fatto di moda, sport, politica, religione. Anche un’ eccessiva avvenenza può suscitare antipatia, così come una persona troppo invadente o troppo riservata, gentile o sgarbata in modo esagerato. che ha troppo successo, o è addirittura…troppo simpatica agli altri. Il fatto è che l’ antipatia ci dà una sola informazione, e cioè che la persona in questione –per qualsivoglia motivo- non ci piace e genera in noi un senso di avversione e distanza.

Questo infatti è il senso originario della parola “antipatia”.
Sui luoghi di lavoro le antipatie sono rese più difficili da gestire, proprio per il fatto che l’individuo che suscita in noi questa voglia di distanza è invece spesso al nostro fianco per molte ore al giorno. 


Quali sono i rimedi?


Cercare di cambiare luogo di lavoro non è sempre facile. Oltretutto c’è il rischio di passare dalla padella alla brace. Possono invece essere più efficaci i contributi delle scienze psicologiche e della comunicazione, che su questo aspetto ci danno molti contributi interessanti. Il primo arriva dalla considerazione che il fenomeno dell’antipatia non nasce tanto da chi la suscita, ma da chi l’avverte. Nessuno è antipatico, da solo e chiuso in camera sua. Non esiste alcun gene dell’antipatia: è solo un atteggiamento, un modo di porsi con gli altri. Questo è il punto: come in tutte le qualità relazionali, per generare antipatia occorre essere almeno in due.

E come sempre in questi casi, dirsi chi il problema è solo “dell’altro” ci porta in un vicolo cieco.


SCIOGLIERE L’ANTIPATIA IN TRE MOSSE

Se davvero volete farci qualcosa, la prima mossa è rendersi conto che non esiste un carnefice senza vittima, un re senza sudditi, una moglie senza un marito, un ricco senza un povero. Sicchè le prime domande da porsi sono: “Cosa faccio io per rendermi antipatica questa persona? In che modo le consento di essere antipatica? Quali pensieri mi faccio? Che preconcetti metto in campo? Qual è il mio modo di comunicare con lei?” . Il fatto è che gran parte di ciò che comunichiamo all’altro non passa attraverso ciò che diciamo, ma dal tono di voce, dagli atteggiamenti corporei, dalla gestualità e dalle espressioni facciali. Anche il fatto di stare zitti comunica qualcosa. Le ricerche psicologiche dimostrano che tutti questi fattori non verbali passano oltre il 90% della comunicazione con l’altro. E noi di solito non ne siamo per niente consapevoli –o lo siamo molto poco.

In sintesi, se qualcuno ci suscita avversione, siamo molto efficaci nel farglielo capire anche senza dirglielo espressamente. E siccome, come abbiamo detto prima, per produrre antipatia occorre essere in due, l’altro inconsciamente farà del suo meglio per ricambiarci. Dire chi ha cominciato per primo non ha senso:
nei processi di comunicazione i ruoli si costruiscono in modo simultaneo con una serie velocissima di scambi. Pare che queste classificazioni –simpatico, antipatico, affidabile, sospetto, amico, arrogante e via dicendo- vengano stabilite già dal primo incontro in un tempo di circa venti secondi. E’ il cosiddetto imprintig: non c’è una seconda volta per fare una prima buona impressione. Una volta raggiunta questa consapevolezza, qual è la seconda mossa? Semplice: accettare che, comunque si manifesti l’altro, ha i suoi buoni motivi per farlo. Potrà averlo imparato in famiglia, sarà diventato così in seguito ad esperienze di vita, forse penserà che è giusto agire in quel modo per ottenere buoni risultati. La cosidetta psicologia positiva afferma che è sempre utile assumere un’ottica da antropologo, come se avessimo di fronte a noi un rappresentante di una tribù con usi e costumi molto lontani dai nostri.
 
In questo caso l’importante non è giudicarlo in base ai nostri standard, ma relazionarci con lui così com’è, senza cercare di “cambiarlo” o di “fargli capire”.
 
In fin dei conti non è che dobbiamo sposarlo o partirci in crociera: ci basta avere un proficuo scambio con lui. Già il fatto di accettarlo com’è può produrre cambiamenti significativi da entrambe le parti.

Terza mossa: coglierlo di sorpresa. Se qualcuno sa di esservi antipatico, niente sarà per lui più spiazzante di una disinteressata manifestazione di simpatia da parte vostra. In gergo tecnico si chiama “rottura di schema”.
 
Affinché funzioni , la rottura di schema deve essere disinteressata, sincera e imprevedibile per l’altro. Un augurio di compleanno che non si aspetta, una gentilezza impensata, una confidenza mai fatta prima, il fatto di aspettarlo in ascensore. Le possibilità sono davvero tante e a basso costo. L’importante è che da parte vostra ci siano il piacere del cambiamento e il più assoluto disinteresse verso il fatto di essere ricambiati. Dovete agire semplicemente con il gusto di fare qualcosa di nuovo e fuori dal solito copione, registrando le reazioni dell’altro con un atteggiamento di amichevole curiosità, senza aspettative particolari. E soprattutto persistete: le aspettative reciproche sono come abitudini tenaci, spesso ci vuole un po’ di tempo per riconfigurarle.

Le esperienze di chi ci ha provato dimostrano che agendo in questo modo si ottengono diversi benefici. Anzitutto un rapido miglioramento della consapevolezza e dell’autostima, perché si diventa soggetti attivi e positivi, a prescindere dal risultato nell’altro. E’ poi provato da diversi studi anche molto recenti che agire a beneficio esclusivo degli altri migliora notevolmente il nostro umore e la nostra centratura. E infine ciò che si riscontra è che il collega prima antipatico diventa, se non simpatico, quanto meno tollerabile e – in oltre il 70% dei casi- persino più gradevole fisicamente. Provare per credere.

 

SIMPATIA, ANTIPATIA, EMPATIA: COSA ESATTAMENTE SIGNIFICANO E DA DOVE ARRIVANO

Simpatia, antipatia, empatia. Quante volte sentiamo usare queste parole e quante volte le pronunciamo noi ? Il fatto è che questi vocaboli vengono spesso spesi a sproposito affibbiandogli un significato che non è propriamente loro.
 
Tutti e tre nascono sulla base di una parola greca: Pathòs, che significa “sentimento, emozione” . E infatti a volte si critica un film o un racconto noiosi, dicendo che non hanno “patos”.

“Simpatia” nasce dall’unione di patos con il prefisso “Sym”, che significa “assieme”. Nella parola “antipatia” c’è invece il prefisso “Anti”, che vuol dire “opposto”. In “empatia” il prefisso è infine “Em”, che significa “dentro”.
 
Nonostante l’uso del greco, si tratta di parole che nell’antichità non esistevano: sono creazioni dotte del tardo medioevo. Ancora più recenti poi gli aggettivi “simpatico” e “antipatico”, datati tra diciassettesimo e diciottesimo secolo; “empatico” compare addirittura da noi solo alla fine degli anni ’60 nel linguaggio psicologico.
 
Si prova “simpatia” per qualcuno o qualcosa quando la relazione con loro ci suscita un’istintiva attrazione o risonanza. C’è “antipatia” invece quando il sentimento che proviamo è di segno opposto, cioè avversione o distanza.

La parola “empatia” viene spesso usata in modo improprio per indicare una simpatia agita, un essere comprensivi e calorosi. In realtà denota la capacità di tutti gli esseri umani e molti altri animali –garantita da appositi circuiti neurali del cervello- di avvertire dentro sé lo stato emotivo altrui. L’assenza di questa capacità, essenziale per una specie sociale come la nostra, caratterizza diverse patologie, come l’autismo o la psicopatia.
 

[articolo di Enrica Quaroni uscito sulla rivista Class - gennaio 2012]